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Il figlio del minatore fu il poeta del bebop Dalle scene internazionali alla sua amata big band PDF Stampa E-mail
Scritto da concerti   
Sabato 07 Luglio 2007 09:54

CARLO FRANCESCO CONTI ASTI La notizia della morte di Gianni Basso ha commosso il mondo del jazz. Ieri telefonate e sms si sono rincorsi superando i confini nazionali. Basso era atteso ancora a numerosi appuntamenti, nella sua agenda c'erano festival importanti e richieste da club specializzati. Molti sapevano della sua lotta contro la malattia, ma c'era speranza nella fibra di un uomo che ha espresso vitalita' senza mai risparmiarsi. I primi a sapere sono stati i componenti della big band diretta da Basso. Un'avventura nata ad Asti nel 1983, proseguita sotto formule e nomi differenti fino ad oggi. La prima «At Big Band» aveva il gusto delle cose fatte in casa, ma puntava in alto, trainata dalla forza e dal carisma del saxofonista. Riuniva giovani professionisti e amatori, ma il risultato era di alto livello. «Basso credeva nella big band - ricorda il clarinettista Gianfranco Amerio - come forma di socializzazione e di formazione. Imparare a suonare insieme serviva a crescere. Negli Anni 80 si andava ai CONCERTI tutti insieme in pullman, e dopo si passava la serata a tavola. E' stata un'esperienza bellissima». La formazione e' poi diventata «Gianni Basso Big band» e infine «Torino jazz orchestra». Lo ricorda il presidente Fulvio Albano, anch'egli saxofonista: «Gianni ha regalato il suo lavoro a Torino, affinche' l'opera di divulgazione del jazz da lui iniziata, potesse continuare». Basso ha contribuito anche alla creazione del Festival dei Due Laghi ad Avigliana di cui era presidente onorario. Nei primi Anni 80, Basso, ormai consacrato sulla scena internazionale, ha attuato una sua idea di formazione non accademica, sostenendo non pochi giovani jazzisti. Come i pianisti genovesi Dado Moroni, ora noto in tutto il mondo, e Andrea Pozza, tra i migliori attualmente in attivita': «Ho cominciato a suonare con Basso che non avevo ancora vent'anni - ricorda - E' stato una sorta di secondo papa', e non solo dal punto di vista musicale». Anche il trombettista Felice Reggio lo ricorda con affetto: «Ne abbiamo fatte di cose insieme, cose che fino a poco prima sognavo soltanto. La sua idea era che il jazz non e' teoria, e' uno stile di vita, si suona e si vive. Ora mi mancheranno le nottate passate ad ascoltare i suoi racconti». Il trombettista Luca Calabrese, annonese come Basso e' tra coloro che hanno iniziato con la At big band: «Mi chiamava ''Pais'', perche' ero di Annone anch'io. Pensare che lui andava nel negozio di mia bisnonna, la ''Nicota''. Per me era un mito: i miei me lo facevano vedere in tv quando ero piccolo. Mi piace ricordare il suo modo di stare sul palco e davanti all'orchestra, con lo strumento in mano». Alberto Mandarini, trombettista, ha un ricordo molto intenso: «A lui non piacevano le canzoni italiane, eppure accetto' di suonare nel mio progetto ''Love songs''. Rimanemmo tutti incantati del risultato. E' quello che accade con i grandi artisti. E fu molto bello perche' c'erano anche i ragazzi del ''Verdi''. Per loro e' stata una grande lezione. E' un'esperienza che mi ha lascianto una profonda emozione. Spero che Asti sappia rendere omaggio alla sua grandezza».

Fonte: (La Stampa)

Ultimo aggiornamento Sabato 08 Maggio 2010 11:05
 

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